Arturo Lorenzoni Presidente Veneto 2020
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Un Veneto europeo e green Sostanza dietro il racconto

Intervista ad Arturo Lorenzoni di Marco Bonet pubblicata il 17 Settembre 2020 sul Corriere del Veneto

17 settembre 2020

Arturo Lorenzoni, il candidato civico a cui il Pd ha ceduto il timone del centrosinistra in queste elezioni, è stato dimesso martedì. È ancora positivo al coronavirus, dunque dovrà restare in isolamento e da casa chiuderà una campagna anomala, partita in salita e diventata via via ripidissima.

Che effetto le ha fatto vedere dall’ ospedale la piazza No-Vax di Padova, la sua città?

«Mi ha dato molto fastidio. Nessuno nella comunità scientifica appoggia quelle posizioni. Ci si domanda perché? L’approccio scientifico dovrebbe guidare le scelte di ciascuno di noi, a cominciare dagli amministratori».

«Il Veneto che Vogliamo» è il nome della sua lista. Lei che Veneto vuole?

«Sostenibile, aperto, integrato in Europa. In questo momento abbiamo una grandissima opportunità per rilanciare la nostra economia grazie alla costruzione delle filiere circolari, che non sono uno stimolo solo per l’ambiente. Una sfida che la Regione deve saper indirizzare».

Non tocca al governo?

«Dobbiamo riallineare la politica regionale a quella europea, al Green Deal della Commissione Von Der Leyen. Non possiamo far finta che i cambiamenti climatici non esistano. Zaia dice: “È sempre stato così...” ma legge sui giornali che sta accadendo in California? La minaccia è colossale e lui non se ne rende conto».

Scendiamo nel concreto.

«La Regione latita nella riorganizzazione dei servizi pubblici, pensiamo alla partita Aim-Agsm, mentre dovrebbe esserne la regista. Trasporto pubblico locale: in Veneto è tutto ancora basato sui combustibili fossili mentre il resto del mondo ha già preso un’altra strada. Se la Regione decarbonizzasse il suo patrimonio immobiliare darebbe un impulso pazzesco all’economia locale, ma non lo fa».

Crede ancora alla metropolitana di superficie?

«Assolutamente sì. Il Veneto è una metropoli distribuita che non avrà mai centralità se non riusciremo ad accorciare le distanze, fisiche appunto, ma anche immateriali, a partire dalla banda larga».

Come si colma il gap che va allargandosi con Lombardia ed Emilia Romagna?

«Dobbiamo riprendere ad investire sulle infrastrutture, che non sono quelle del Novecento, i nastri d’asfalto, ma in primis trasporti pubblici locali efficienti. Dobbiamo convincere i giovani laureati a restare qui e attrarne altri da fuori: Zaia va a H-Farm ma perché la Regione non ha fatto nulla di simile, non ha avuto fiducia nelle start-up , non ha creato “autostrade” per l’insediamento delle imprese della conoscenza? Poi occorrono servizi capillari: abbiamo territori immensi che si stanno spopolando, dal Comelico al Delta del Po, ma come si può vivere lì se non c’è il bus, non c’è internet, la sanità è al lumicino?».

La sanità è il fiore all’occhiello dell’amministrazione Zaia.

«Zaia confonde i poli per acuti, dove siamo fortissimi perché abbiamo università tra le migliori al mondo, con la medicina del territorio che lui ha depauperato in modo sistematico in questi dieci anni. I cittadini non hanno bisogno solo del trapianto di fegato; più spesso hanno bisogno di curare il diabete cronico o di fare riabilitazione dopo una frattura e a volte devono fare 70 chilometri per trovare questi servizi. La prevenzione è stata bistrattata, i servizi socio-sanitari, pensiamo alle disabilità, smantellati. E pensare che erano il cuore della riforma Anselmi che Zaia cita a sproposito».

È favorevole alla Tav?

«Non penso che la priorità sia accorciare di 4 minuti il viaggio da Milano a Venezia ma il quadruplicamento dei binari avrà effetti benefici sul trasporto pubblico. Alta Capacità più che Alta Velocità».

Se eletto porterà avanti l’autonomia?

«Sì, ma in modo radicalmente diverso da Zaia, che a dispetto dei grandi proclami ha una visione molto centralista dell’amministrazione: pensiamo ad Azienda Zero, alla mai realizzata specificità di Belluno, al commissariamento dei parchi. La mia autonomia passa per un processo decisionale fondato sul reale dialogo con i diversi livelli istituzionali, a partire dai Comuni».

Lei introdurrebbe l’addizionale Irpef?

«No ma trovo insopportabile che Zaia giustifichi con lo slogan della destra americana “non vi metto le mani nelle tasche” qualunque impoverimento dei servizi gli venga fatto notare. Eppure per la Pedemontana era prontissimo a rimetterla...».

Il suo progetto civico può funzionare a livello regionale?

«Il mondo civico può essere il collante della proposta democratica perché i partiti, da soli, non ce la fanno più. Dobbiamo aggregarci attorno ai contenuti, non alle appartenenze».

Il primo tentativo, però, è fallito. Il centrosinistra in Veneto si presenta con cinque candidati diversi.

«Purtroppo hanno prevalso i personalismi ma sono convinto che gli elettori capiranno che solo la proposta che aggrega ha significato, non quella che divide».

Una volta in Regione anche lei abbandonerà la leadership come i suoi predecessori?

«Chi lo pensa non conosce Lorenzoni. Lavoro per costruire qualcosa di duraturo, per ridare forza e visibilità al mondo democratico. Tutti insieme, dalla Regione al parlamento ai sindaci».

Ammetterà che Zaia sembra imbattibile.

«Si diceva lo stesso di Renzi nel 2014 e sappiamo come è finita. Ha creato un consenso fortissimo, è indubbio, grazie alla sua abilità nella comunicazione. Ma dietro il racconto, non c’è sostanza. E i nodi, col tempo, arrivano al pettine. Ce ne accorgiamo quando chiamiamo il Cup e attendiamo mesi per un esame, quando andiamo in montagna e vedendo gli alberi abbattuti da Vaia ancora tutti lì, quando in banca fatichiamo ad avere un mutuo perché le nostre banche non ci sono più. E Zaia continua a ripeterci che lui non sbaglia nulla, che è il migliore del mondo».


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